domenica 24 febbraio 2008

Una domenica di fine inverno


E’ un giorno assolato di febbraio e io sono sul lungomare di Clontarf nella baia di Dublino, le ombre sono allungate e la luce è quella di un teatro di posa allestito per una pubblicità pop; nel mio campo visivo ci sono le Poolbeg Chimneys, delle signore che in tuta camminano veloci, un cartone di fish & chips vuoto sul prato che la brezza fa rotolare, e la linea azzurra del mare, di un celeste cupo che mi ricorda il cielo delle Dolomiti. E' stata una giornate di lunghe passeggiate a Wicklow. Il mio corpo è stanco, ma la mia mente ha ancora bisogno di aria fresca prima di tornare a casa.
Prima di venire a Dublino non mi ero mai chiesto quali fossero le ragioni profonde per cui un individuo attraversa la vita da solo, non si costruisce una famiglia, non cerca relazioni stabili, non ha figli eppure, nonostante tutto questo, non sia assolutamente definibile come una persona a cui manchi qualcosa. Nell’apoteosi della mia presunta solitudine, inseguita come un valore più che una necessità, io mi spingo a indagare altre solitudini perché mi insegnino come comportarmi. In realta' anche durante i miei sei anni di fidanzamento sono sempre stato solo. E per questo so cavarmela. Non ho problemi su come passare il tempo o le notti, mi piace scrivere, leggere, chiacchierare, di tanto in tanto con uno sconosciuto. Frequento associazioni, pub, coinquilini, colleghi. Con il gruppo dell’international dinner continuo a organizzare cenette e escursioni. Forse sono innamorato. Eppure non sono mai stato solo come da quando sono venuto vivere a Dublino.
A volte la mia vita irlandese mi ricorda i mesi che vissi a Reading anni fa. Non legavo con nessuno, andavo al cinema, vivevo in una stanza d’affitto di periferia. Soffrivo la mancanza di qualcuno, certo, di un abbraccio, di un amore, di un ambiente in cui riconoscermi ma non mi sentivo solo, perché sapevo che in Italia c’era qualcuno che mi aspettava e con cui avrei passato il resto della vita. Il mio viaggiare in Europa, Africa o America era più simile a quello di Ulisse in attesa di tornare alla sua Itaca piuttosto che a quello dell' Ebreo Errante senza patria in cui ritornare.
In questo la mia solitudine è ora differente da ogni altra solitudine che ho sperimentato o elaborato nel corso della mia vita. Sono cosciente che il mio immaginario ora è morto. Sono cosciente di averlo perduto. E di fronte alla sofferenza e al tormento che mi sono tornati in mente, ripensando agli incontri e gli amori dei miei anni universitari con una vecchia amica in visita in questi giorni a Dublino, capisco quando ho perso il mio immaginario.
Ma qui, in riva al mare, io mi sento tranquillo, come alienato, a camminare lungo la riva di un paradiso perduto. Un tramonto infuocato annuncia la notte. So che accanto a me in questa domenica di fine inverno, anche se così abissalmente distante da quello che sto provando, gli altri continuano i riti della vita, perdono tempo, cercano di divertirsi, di innamorarsi, di essere, in qualche modo felici. E a me questo non dispiace. Sono contento che ci sia vita intorno a me. Anche se stasera, camminando lungo la baia fra i corridori in tuta da jogging e le ultime coppie che stanche tornano a casa dalla gita domenicale, avverto il peso della mia età come una rivelazione.

Pic: Tramonto infuocato, Dublino

Song: Charlie Parker – Now's the Time
Link: www.teatroutopia.tk

8 commenti:

aquilablu ha detto...

Bravo, mi piace questo tuo sfogo e son sicuro che dopo averlo tirato fuori ti sei sentito meglio.
E' sempre difficile dare consigli ma ne azzardo uno. Vivi il presente cercando di ascoltarti, di fare attenzione ai piccoli segnali, anche quelli che apparentemente possono sembrare insignificanti. Le risposte verranno di conseguenza.

Anonimo ha detto...

Io credo che per quanto si possano condividere i sentimenti, le esperienze, le paure, ci sia sempre un angolo, una fessura nella quale ci sia posto solo per un’anima, la propria. Quando io mi smarrisco in quest’angolo, provo una specie di dispiacere infinito, non so nemmeno io per cosa. Riesco sempre a trovare un pensiero per il quale provare dispiacere. Questa sensazione, ho sperimentato, si colloca tra le sei e le sette della serata dei giorni festivi. Ancora non è finita la giornata, però si può già fare bilancio di che si è fatto…se mi sono divertita, se ho lavorato bene, se ho cambiato anche una parte infinitesima della mia vita che non mi piace. Ancora posso decidere se uscire. Chiamare qualcuno, andare a cena fuori, vedere un bel film, preparare un dolce per la colazione. Questa condizione di dover scegliere se ancora fare qualcosa spesso muore sul nascere, perché magari la mia amica non ha voglia di uscire perché si deve lavare i capelli, perché al cinema non c’è nulla e perché in fondo con l’ennesima torta si rischia di raggiungere il peso massimo. La mia vita sembra oramai costretta nella noia e nell’impossibilità di realizzare qualcosa. Divento insopportabile anche a me stessa, anche se me la prendo con gli altri. L’unica cosa che può guarirmi è un luogo. Per me ci sono i luoghi salvifici, quelli nei quali se ci vado e ne respiro l’aria già sto meglio. In genere è il mare, oppure i boschi con delle rocce. Se riesco a respirare quest’aria sono contenta e passa anche il dispiacere. Resta qualche volta quella strana sensazione che avevo da bambina alla fine delle vacanze, quando dovevo fare i compiti accantonati per tutta l’estate, quello strano presentimento di non avere più tempo perché lo si è sprecato inutilmente. Scusa per il noiosissimo post, ma leggendo il tuo mi sono scappati tutti questi pensieri.
Patrizia (lettrice assidua di blog sull'irlanda)

Carlotta ha detto...

Mi è piaciuto il post. Ha un suono speciale, un colore altrettanto speciale. Suono e colore di malinconia erosiva. Ci manchi uto. ;)

Vincenzo ha detto...

conosco la sensazione.. e la risposta che mi sono dato è che non ci si puo' fare nulla! prendere o lasciare.. tanto vale gestire ciò che si ha..
cmq bel post, mi è parso davvero sincero.

Anonimo ha detto...

Mah...
sara' che ho la sensibilita' di un drago di Komodo.
Ci leggo un po' di masochismo.
In sintesi: sei meno solo di quanto tu non creda (o voglia...).

E forse, in quell'occasione, avevi ancora quei gamberetti fritti sullo stomaco.

Firmato: ColuiAlQualeDicestiMiSembriIlBenvenutiETiRisposiMaccivaff...

utopie ha detto...

Sapete che vi dico? Io vado al cinema.

grazie dei commenti vivi e sinceri.

Eleonora ha detto...

Cacchio, mi hai fatto venire le lacrime agli occhi, mannaggia a te :)

l. ha detto...

vivo in inghilterra, e in questo post hai fatto vibrare le mie emozioni di "emigrante" italiana all'estero. sei riuscito a descrivere benissimo le emozioni di tanti di noi. avrei voglia di conoscerti e fare quattro chiacchiere.