giovedì 24 aprile 2008

Joe Daly Cycles


Ci sono molti negozi in cui comprare una bicicletta a Dublino. MacDonald in Wexford Street, Cycle Lodgical in Bachelors Walk o Cycle Ways in Parnell Street. Ma se volete trovare un negozio-museo seriamente dublinese dovete andare da Joe Daly Cycles a Dundrun, a poche centinaia di metri dalla fermata della Luas e del piu’ grande centro commerciale d’Europa. Il negozio e' a Dundrun da decenni. Lo fondo’ nel 1951 Joe Daly ex ciclista professionista e ora il figlio David continua a vendere biciclette, nuove e usate, a ripararle, a organizzare eventi a trattare i clienti come amici a cui dare un consulto.
Questa settimana sono stato la’ per comprarmi la mia hybrid bike. Il negozio - affiancato al spettacolare ponte color argento del William Dargan Bridge - e' luogo di storia e tradizione. Allineate con maniacale precisione, si trovano city bikes, hybrid bikes, mountain bikes, racing bikes. E poi pompe, serrature, catene, caschi. In un angolo per le riparazioni e la vendita di biciclette di seconda mano i muri sono colorati di arancione. L’atmosfera e’ piu’ simile a un club che a un un negozio.
Entro e prima che io possa chiedere bruttalmente se hanno qualche city bike o hybrid bike a buon mercato incontro subito David e la moglie Anne che si presentano per nome come se la mia fosse la visita di cortesia di un vicino di casa. Mi presento e parlo un attimo di me. Subito dopo mi chiedono che uso voglio fare della bicicletta, in che zona abito e quanto voglio spendere. Io rispondo vagamente e faccio capire che sono un ciclista della domenica con poche pretese, con nessuna conoscenza tecnica e che non desidera spendere troppo per una bicicletta che usero’ poco. Detto questo David srotola un metro giallo e comincia a prendermi - come fosse un sarto - le "mie misure biomeccaniche". Poi mi fa una carrellata dei diversi modelli tra i piu' economici di bici e nel mentre mi parla del negozio e di suo padre.
Il boom della Tigre Celtica ha rappresentato uno spartiacque per il negozio. Il terreno in cui sorgeva il negozio ha aumentato il valore in modo esponenziale e le opzioni erano: o vendere il negozio e farci un po’ di soldi, o indebitarsi un po’ ed ingrandirsi. Nella famiglia si e’ discusso a lungo e alla fine si e’ scelta la seconda opzione. Per fortuna. Il negozio e cresciuto ed e’ diventato un vero museo della storia di Dundrun. All’interno ci sono grandi murales con effigi di ciclisti fatti dagli studenti del Dundrum College coordinati da Francis, il figlio artista di David. I murales sono nati come competizione finanziata dalla Bank of Ireland.
Il negozio originario è in Main Street dove sorgeva nel dopoguerra un ufficio postale. Lo stesso nel quale lavoro’ all’eta’ di 12 e 13 anni Joe Daly, che consegnava telegrammi a mano ma che poi non pote’ essere assunto come postino perche’ non aveva una bicicletta. Quasi per rivalsa con i primi soldi avuti lavorando in un garage si compro’ una bicicletta nel dopoguerra e incomincio’ a fare gare locali fino a diventare professionista per alcuni anni. Nel 1951 apre il negozio. Ora il negozio si è spostato in una nuova struttura architettonicamente iperfuturista a poche centinaia di metri di distanza. Nel negozio c’e’ una cornice con il primo penny guadagnato. Ci sono anche le foto di Joe Daly con politici locali, come il presidente Mary McAleese e l’ex presidente Cearbhaill Ó Dálaigh. E c’e’ un guest book, messo da pochi anni, firmato da russi e costaricani, indiani e australiani, americani e belgi. "We've connections all over the place" - dice David - "you'd be surprised! We've a third generation of customers coming in here too".
Con il tempo le bici sono cambiate. "Un tempo" - mi dice David - "una buona bici costava circa 16 lire irlandesi, e pochi potevano permettersela. Ora ormai si trovano bici piu’ economiche, e tutti possono permettersela". Raleigh e Hercules erano le biciclette più utilizzate un tempo, erano a uno o a tre rapporti. Ora le bici hanno da 18 a 27 marce e il design è cambiato completamente. Sono più leggere e più facile da guidare. In passato mi dice che c’erano piu’ acquirenti donne. Ma “tutto è cambiato adesso, tutte le ragazze vogliono le automobili di questi tempi”.
Alla fine esco dal negozio con una Raleigh Voyager argento e fumo di Londra che pago il doppio del budget previsto. Rimarro’ in ansia in futuro per i numerosi furti di bicicletta che avvengono a Dublino. Ma la spesa valeva il racconto e la bicicletta che ho trovato mi calza come un abito su misura e la sento mia. Prima di andare via David mi guarda negli occhi e quasi a capire una mia curiosita’ inespressa mi dice di seguirlo al piano di sopra. Curvo su una sedia in legno intento a sostituire i freni anteriori di una bicicletta di seconda mano vedo un vecchio signore con una barba bianca curatissima. E’ Joe Daly che per l’ennesima volta coltiva la sua passione e continua la tradizione. Joe Daly Cycles. Dundrum. Dublin.

Pic: Joe Daly Cycles at Dundrun, Dublin
Song: Tom Waits - Broken bicycles

mercoledì 16 aprile 2008

Dall’oblò


In Italia voto per non sentirmi complice. All’Afrodisiaco di Quartu mangio ricci, granchi e calamari con Giovanni per rivivere i miei vent'anni. Al Poetto di Cagliari passeggio con Anna per ricordarmi che noi nati negli anni settanta non possiamo permetterci un futuro e allora e' meglio cercare di vivere al meglio il presente. Al compleanno di Denise mangio prosciutto e pane sfornato dalla madre la mattina per avere l'opportunita' di regalarle una statua di Molly Malone di scusa per il poco tempo che le ho dedicato a Dublino. Sul Nuraghe Arrubiu di Orroli mi arrampico con Maurizio e Davide per sentire l'odore del mirto e vedere il giallo acceso delle ginestre. Al lido di Orrì nuoto sotto la “Cella Osservatorio di Stella” del museo all’aperto di Tortolì per negare l'eta' che avanza. Nell’orto di mio padre faccio scorpacciate di fragole, piselli e fave perche' adoro mangiare la frutta e la verdura raccolta dalle mie mani. In soffitta ritrovo dei vecchi Rollerblade e pattino con Manuela nel porto di Arbatax come non facevo da anni e vedo i cambiamenti della mia cittadina. La mia dolce nipotina ancora si ricorda di me e cerca di stupirmi contando fino a dieci in inglese.
E' tempo di tornare. Improvvisamente mi ritrovo a specchiarmi il viso contro l’oblò dell’aereo in volo tra Alghero e Dublino. Il cielo è un abisso cobalto che sale verso l’orizzonte, in basso, si accende di fasce color zafferano o arancione zen. Inquadrato dalla ristretta cornice ovoidale dell’oblò, il paesaggio mi parla del giorno e della notte, dei confini fra i mondi della terra e dell’aria e da ultimo, quando si accende una luce sulla carlinga e su quell’olografia boreale appare il riflesso del mio viso appesantito e affaticato, anche di me. Continuo a pensarmi e a vedermi come l’innocente, come colui che è incapace di fare del male e di sbagliare, ma l’immagine che vedo contro quello sfondo acceso è semplicemente il viso di una persona non più tanto giovane, con una barba di tre giorni, gli occhi affaticati, la pelle abbronzata ma appesantita. In sostanza un viso che subisce, come quello di ogni altro, la corruzione e i segni del tempo. E’ strano, l’immagine che conservavo del mio volto è sempre e immortalmente quella del giovane, del ragazzo.
Invece solo qualche mese fa ho compiuto trentacinque anni. Sono ben consapevole di non avere un’età comunemente definita matura o addirittura anziana. Ma so di non essere più giovane. Ma come tanti coetanei del mio paese alla deriva non sono sposato, non ho figli, una casa di proprietà, una professione stabile e sicura. In Sardegna ho incontrato i miei vecchi amici di Università e Liceo, come tutte le rare volte in cui torno a casa dai miei genitori, nella casa in cui sono nato e da cui sono fuggito con il pretesto degli studi universitari. E diversamente da altre volte i miei vecchi amici non li ho visti distanti da me. Sia i miei vecchi amici, sia io, ci siamo visti inerti rubarci il futuro dalla generazione dei nostri genitori, senza lavoro sicuro e pensione futura ci muoviamo alla ricerca di una nostra identità. C’è chi fa l’ennesimo master, chi cerca di rendere bianco un lavoro troppo a lungo durato in nero, chi immagina di aprire uno studio professionale, chi alle soglie dei 40 anni vive ancora con i genitori, chi progetta di spostarsi nel centro nord, chi guadagna in un mese quanto io guadagno in una settimana. Ci sono passato anche io. Anche se il viaggiare e andare all'estero per me è stata una scelta e non una necessità. O meglio la mia necessita' di partire era di tipo esistenziale, non economica. A volte mi chiedo come si sarebbe sviluppato il mio percorso di vita se non avessi venduto la mia casa di Cagliari e non avessi rifiutato un sicuro posto in banca (ottenuto con raccomandazione of course). Ora però capisco che io vivo il mio presente con maggiore ottimismo e sono io a decidere il mio destino. Credo che ci si debba impegnare e rischiare, magari semplicemente andando a votare.
Io, privato ogni giorno del contatto con l’ambiente in cui sono cresciuto, distaccato dal rassicurante divenire di una piccola comunità, io mi sono sentito in passato solo, o meglio, sempre più diverso. Ma ora mi sento uguale ai miei vecchi amici in cui mi riconosco nelle difficoltà del presente. Io non sono radicato in nessuna città. E’ questa è una diversità. Ma riesco a percepire in patria il disagio di una paralisi economica, sociale e morale. L’andare all’estero non è l’unica soluzione. E non è una soluzione per tutti. Però ogni volta che torno in Italia capisco che è la MIA soluzione. Sono felice dopo alcuni giorni in Italia di tornare a Dublino a ritrovare il mio attuale focolare domestico revocabile.

Pic: Porto di Arbatax, Sardegna
Song: Tricarico – Un’altra possiblità
Link: www.arte2000.net/tortoli/index.htm

venerdì 11 aprile 2008

Verso Barcellona


  • La cena del cretino
La scenografia è questa. Vecchia casa padronale in Calle Arbidea. Ci accoglie un portone rustico enorme, un ingresso buio e lunghissimo. E poi in una sala iperilluminata con gigantesche finestre rivolte al sud aperte da tende bianche, incontro il signor Orio e la signora Sole e poi la nonna Arantza dallo splendido sorriso e Eduardo e Mikeli i fratelli che mi scrutano senza mai sorridermi. Io sono infagottato da scarpe troppo strette e da una giacca con maniche troppo lunghe, che rischiano di inzupparsi nei meravigliosi e opulenti piatti della cena. Magnifica cena. Nei Paesi Baschi, mangiare significa molto di più che sopperire ad un bisogno di prima necessità. La gastronomia fa parte della quotidianità dei baschi, che dibattono, speculano, fanno processi e stringono legami davanti ad una tavola imbandita. E allora pagelli, palamite e rane pescatrici cucinate nei modi più svariati, salsicce caserecce, sanguinacci di riso, fagioli bianchi, ciambelle e “perrechicos”, una deliziosa varietà di funghi delle montagne di Orduña. Il cibo è meraviglioso e mi commuove, la conversazione invece stentata e surreale. Funziona così: io dico qualcosa, Belén traduce in basco e/o catalano e poi quando rispondono i familiari lei traduce in inglese. Così per venti minuti. Poi ci si stanca e si parla in uno strano esperanto composto da catalano, castigliano, basco, inglese, italiano e sardo. Fino a quando si scopre che tranne Belén tutti noi parliamo un po’ di francese. E l’architetto che prima era al centro della conversazione non diventa più indispensabile con sua grande letizia. Avendo evidenti limiti linguistici e tanti argomenti tabù la conversazione langue con desolanti e imbarazzanti cadute come quando dopo qualche bicchiere di Txacolì dico: “Ma lo sa signor Orio che lei si chiama come un aeroporto del nord Italia?”.

  • Camminando sotto il sole
Il giorno dopo ci svegliamo tardi e per fortuna senza anelli di fidanzamento alle dita e risaliamo a piedi la riva destra del Nervion fino al Palazzo Euskalduna, opera di Federico Soriano e Dolores Palacios; l’edificio è ispirato allo scafo di un’imbarcazione e racchiude sale per la musica, sale congressi, auditorium ed è stato costruito sul sito occupato fino a pochi anni fa dall’ultima industria bilbaina produttrice di navi. Saliamo lungo la riva sinistra del fiume fino al Guggenheim; è una bella giornata, il sole è caldo e mi concedo ancora qualche posa con l’opera di Gehry. Continuiamo la passeggiata fino al ponte Zubizurri opera di Santiago Calatrava; ancora qualche foto e prendiamo il tram dalla vicina stazione Uribitarte fino alla stazione Ribera. Riprendiamo il tram dalla stazione Guggenheim e raggiungiamo Arriaga; attraversiamo la piazza su cui si affaccia il teatro ed entriamo nel locale che a quest’ora è pieno di gente che assapora i churros con la cioccolata calda amara, tipico break pomeridiano spagnolo. Un simpatico cameriere ci porta due tazze di cioccolata ed un piatto di deliziosi churros, morbidi bastoncini di pastella fritti da intingere nella cioccolata; nel frattempo socializziamo con una dolcissima bimba italo-inglese che ci sorride dal tavolo vicino.

  • Amarcord basco
La sera e il giorno successivo li passiamo a vedere i luoghi dell’infanzia dell’architetto: l’albero piantato alle elementari che ora ospita numerosi passeri, la scuola superiore dove ancora si intravede “Belén te quieto”, il dipartimento universitario in cui ha fatto la ricercatrice per soli "quattro terribili mesi", la sua galleria d’arte preferita, la gelateria dove ha scoperto per la prima volta il gusto al pistacchio, etc. Cerco di imparare qalche parola in Basco. La lingua mi piace e ha una musicalita' molto particolare. Alcune parole mi piaciono in particolare. "Ciao, è da molto tempo che non ci vediamo" si dice "Kaixo" e "Sono felice!" si dice giustamente "Topa!". E poi Felip. Il suo ex compagno. Tra me e lui nasce una sorprendente e solida simpatia. Felip è un omone di trentotto anni di quasi due metri con occhi infossati, una folta barba nero e un peso inferiore al mio. Fa l’artista e pare che riesca a camparci. Passiamo un inatteso pomeriggio a prendere in giro l’architetto e a compatirci ironicamente. Invidio senza gelosia il bel rapporto che sono riusciti a mantenere. Prima di salutarci mi lascia un bigliettino in mano con su scritta questa frase: “In basque arithmetic, one plus one equals everything, and two minus one equals nothing”.

  • La festa spagnola
La sera cerchiamo un ristorante tranquillo con piatti tipici per festeggiare il compleanno dell’architetto, ma una telefonata arriva sul cellulare di Belén, tale Miguel chiede di me. Il tipo in un inglese claudicante dice che lui e “los amigos” stanno organizzando una festa a sorpresa per l’architetto e mi dicono di riportarla a casa con una scusa. Decisamente contrariato (preferivo una cenetta tranquilla) riporto la basca a casa e mi trovo immerso tutta la notte in una bolgia basca, in una atmosfera che è un mix tra le Cirque du Soleil e la Fura del Baus. Le luci sono straboscopiche, la gente esultante, le canne potenti, il vino poderoso, la cerveza immancabile. Giocolieri e mangiatori di fuoco improvvisano uno show. I giorni un po' romantici, un po’ familiari, un po' cultural-cittadini finiscono con fuochi d’artificio. La temperatura nel piccolo appartamento sale e ci ritroviamo in tanti a dorso nudo o in reggiseno a ballare ritmi mediterranei. Coinvolto in quest’orgia spagnola cado addormentato all’alba. La mattina mi ritroverò abbracciato a un peluche.

  • In Sardegna
E tempo di andare. Prendo il treno per Barcellona. Mi fermo lungo il tragitto a Saragozza. Passeggio per i 500 metri della Plaza de Nuestra Senora del Pilar e tra i vivacissimi colori delle case sento quasi nell’aria la storia della città fatta di romani, mussulmani e spagnoli. Mangio dei grandiosi frutti di mare alla Cerveria Mapy. Arrivo a Barcellona. Trovo Martin al Moll d'Espanya e parlo della vita che ha lasciato a Dublino due mesi fa che non rimpiange e Carlotta al Mercat de la Boqueria con qui parlo delle utopie lasciate in Italia che rimpiange. Mi piace Barcellona, una città che amo visceralmente e che mi fa sentire sempre a casa ogni volta che ci torno, ma ci starò poco. Il fine settimana è dedicato alla Sardegna per bagni, spiagge, nipotini e elezioni. Spero di trovare lo scirocco anche in Italia. Prendo l’aereo per Alghero per fare altri 500 chilometri in volo. Non è un problema. Mi piace peregrinare. Conrad diceva che si vive come si sogna. Io sogno tutte le notti di viaggiare.

Pic: Balcone a Saragozza
Song: Los Pinguos - Fumaza
Link: www.lafura.com

mercoledì 9 aprile 2008

Scirocco spagnolo


Sono in Spagna. Ho lavorato il Good Friday e a Pasquetta, ma la mia settimana di ferie sono riuscita a prenderla. Meta la Spagna, anzi Bilbao, anzi l’architetto, anzi (aimhé!) la famiglia dell’architetto. Lascio una primavera irlandese di sole e grandine e arrivo nei Paesi Baschi. Il programma è passare qualche giorno con l’architetto che compie gli anni e conoscere il suo mondo, per conoscere meglio lei.
Bilbao è stata una vera rivelazione! Un caldo scirocco mi accoglie all’aeroporto progettato da Santiago Calatrava e io che avevo letto di fredde brezze oceaniche mi rallegro del sole basco e delle temperature superiori ai venti gradi. La città vecchia è veramente incantevole, con deliziose casette con le tipiche verande-finestre che danno sulla strada e scorci molto belli. La parte nuova è comunque ben fatta, con molto verde e tanti (troppi) negozi per lo shopping. Bilbao è una città in espansione rapidissima e dunque è facile imbattersi, nella parte nuova, in quartieri cantiere, pieni di gru e di lavori in corso; sembra Dublino. Appena arrivato Belén mi accoglie con un sorriso sorpreso e irriverente “e chi l’avrebbe detto che saresti veramente venuto?”. Perché mai non dovevo venire? Quale è il tranello? Io ci sono e sudo. Mamma che caldo!
  • A Bilbao
Arrivati nelle vicinanze del Palazzo Euskalduna attraversiamo il ponte omonimo e percorriamo la Ribera de Deustu fino alla casa di Belén; dopo una doccia ed esserci riposati usciamo per la mia prima visita della città: risaliamo la riva destra del fiume Nervion fino ad arrivare al Puente de Deustu, nelle cui vicinanze l’architetto mi consiglia un locale dove mangiare ottimi piatti combinati, l’Etxepe Berri Bar. Poi prendiamo la metro opera dell’architetto inglese Norman Foster, e in poco tempo raggiungiamo la stazione Casco Viejo che si trova nel cuore del centro storico; qui ci muoviamo fra le strette calles ricche di botteghe e negozi tipici. Visitiamo Plaza Nueva, la Catedral de Santiago e, scendendo fra le Siete Calles, raggiungiamo la riva del fiume Nervino, sulla quale si affacciano la Iglesia de San Anton ed il Mercato de la Ribeira, il più grande mercato coperto dell’intera Spagna (a dire il vero sublimemente fatiscente) dove si trova ogni tipo di pesce, carne e verdura. Abbandonata presto la visita del mercato, ci avviamo lungo la Ribera, dalla quale vediamo la Estacion de Santander (La Concordia); raggiungiamo poi il Teatro Arriaga, che, dopo un incendio, è stato ricostruito sullo stile dell’Opera di Parigi; nelle vicinanze è stato allestito un carino mercatino equo-solidale dove tutti sembrano conoscere l’architetto.
Attraversando il Puente del Arenal, ci avviamo lungo la Gran Via Don Diego Lopez de Haro, la via dello shopping bilbaino, sulla quale si affacciano una enormità di negozi; questo prima di essere risucchiati all’interno del Corte Ingles, una vera e propria istituzione per tutti gli spagnoli, all’interno del quale si trova ogni bene di consumo, dal giocattolo al vestito di lusso, al pane, all’agenzia di viaggi fino all’assicurazione dell’auto. Giungiamo così fino a Plaza Moyua, una grande piazza di forma ellittica, molto curata e sulla quale si affaccia il palazzo della BBVA (una delle tante banche dei Paesi Baschi) e caratterizzata dalla presenza delle entrate della metropolitana, i cosiddetti Fosterritos (dal nome dell’architetto che li ha disegnati), strutture in acciaio inossidabile e vetro che fuoriescono dal sottosuolo come fossero prolungamenti delle gallerie sotterranee nelle quali corrono i treni. Ormai sera cerchiamo un posto dove cenare; dopo una lunga ricerca entriamo nella Cafeteria Tayda: tipico locale da tapas con ottimi bocadillos e combinados. Da non perdersi i “Pintxos” (piccoli aperitivi di carne, pesce o verdure, vere delizie della microcucina).
Dopo cena ci avviamo verso il Parque de Casilda Iturrizar, il quale ospita anche il Museo de Bellas Artes qui visitiamo l’intera collezione permanente ed anche quella temporanea straordinariamente aperta la sera, nel museo l’architetto mi mostra orgogliosa le opere di Jorge Oteiza, uno scultore spagnolo modernista di cui non avevo mai sentito parlare prima, ma che mi lascia effettivamente stupefatto dalla sua capacità di astrazione. Si torna a casa e l’archietto mi dice che siamo a cena dai genitori il giorno dopo. E mi istruisce. MAI parlare di politica (il padre è un fervente indipendentista basco), MAI parlare di religione (la madre è una fervente cattolica praticante), MAI parlare di sport (i fratelli sono ferventi sostenitori che il calcio italiano è fatto di mafiosi catenacciari). Mamma che caldo!
  • Deframmentazione d’orchestra in un fiore di titanio
Il giorno dopo si fa shopping. Non posso presentarmi “cosi combinato” alla cena familiare. E allora giacca blu e scarpe lucide. E io che mi chiedo se era proprio il caso di venire qui. Passeggiando per il centro ci troviamo davanti all’entrata del Museo Guggenheim Bilbao, opera dell’architetto canadese Frank Owen Gehry. L’edificio di Gehry è veramente impressionante: il rivestimento in titanio e la luce naturale lo fanno risplendere ed al tramonto i riflessi di luce lo rendono ancor più bello. È finalmente giunto il grande giorno; non dico che sono venuto a Bilbao solo per il Guggenheim, ma sinceramente è l’edificio che più m’interessa e devo dire che non mi delude affatto. Arrivati attraversando dalla riva destra del Nervion proseguendo fino al Puente Pedro Arrupe, opera dell’ingegnere José Antonio Fernández Ordóñez, che per il progetto si è ispirato ad una libellula (o più verosimilmente, come dice l’archietto, ad una lucertola) che posa le zampe sulle due rive del fiume; questo ponte è in realtà uno degli attraversamenti più recenti e più belli di Bilbao, ma anche una delle posizioni migliori per fotografare il Guggenheim. Attraversato il ponte, ci ritroviamo di fronte al museo, saliamo le scale fino alla piazza superiore e le ridiscendiamo per raggiungere l’entrata. Le sale espositive si estendono su tre piani: al piano terra vi sono le sale che accolgono l’esposizione permanente costituita in gran parte da opere di artisti contemporanei come Dan Flavin, Louise Bourgeois, Jeff Koons, Jean-Michel Basquiat, Miquel Barcelo, al secondo e terzo piano ci sono le mostre temporanee “Art and Dead – a nonsense link” e “Multiculturalism & Globalization”. Nel pomeriggio assistiamo ad una rappresentazione musicale all’interno del museo: un gruppo di musicisti classici disposti singolarmente nelle diverse sale, che cambiando continuamente collocazione spostandosi da una postazione all’altra a tempo di cronometro, suonano brevi melodie che rendono l’atmosfera all’interno del museo veramente suggestiva. Con calma mi guardo attorno, tocco la chiara pietra fredda, sfioro le esili ma resistentissime lamine di titanio, mi faccio coinvolgere dalle sinuose forme e dalle opere, attraverso le installazioni di Richard Serra, salgo con gli ascensori vetrati sino al terzo piano ed ammirate la vista dell’atrio dall’alto, passeggio nel bookshop. Quando usciamo sono quasi le 19. L’aria si raffedda, ormai il sole è sceso, ma a me cominciano a crearsi sulla fronte dei rigoli di sudore. Mi tocca la cena con i genitori dell’architetto. Come mi vestirò? In che lingua parlerò? E di cosa parlerò? Mamma che caldo!

Pic: Guggenheim Museum, Bilbao
Song: Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

domenica 6 aprile 2008

E’ arrivata la primavera


Dopo alcune nevicate di fine inverno il tempo si è finalmente voltato al bello, soffia ancora ogni tanto un vento gelido, ma che si sopporta comodamente sotto il sole. Le giornate si sono allungate e le dighe si sono chiuse e finalmente, se tieni le finestre aperte, anche nelle ammuffite case dublinesi vibra l’aria nuova della primavera.
Mi riprendo così un po’ dal mio self sbrodato e annacquato, lo asciugo in lunghe passeggiate solitarie, lo distendo al sole caldo negli scorci del lungo Liffey, lo curo, lo secco, lo allargo e lo espando davanti al Sir John Rogerson’s Quay che s’apre improvvisamente sulla foce del fiume, sulla Custom House, sulle cime degli alberi del North Wall Quay e sui meravigliosi scorci della Dublin Bay. Qui, nel viale panoramico, vengo molte volte nel tardo pomeriggio dopo il lavoro e mi apro a questo stupendo teatro con il corso d'acqua percorso da barconi e il futurista Sean O’Casey Bridge con le sue arcate d’acciaio lucenti, i pilastri del prossimo Samuel Beckett Bridge, il sito della nuova U2 tower con le sue gru che guardo incrociarsi e la Grand Canal Square illuminata dai riflettori rossi e dalle luci verdi postmoderne. Mi apro dunque e mi distendo a questo panorama irlandese, dai mattoni color caffè delle case georgiane, ai nuovi immensi grattacieli grigi; mi allargo in questi sguardi che danno pace e senso e finalmente quel lungo e lieve respiro di cervello che conferma la tua presenza al mondo, che suggerisce qui, ora, finalmente ci sei.
Esco dal mio letargo irrequieto, dall’inverno fatto di coinquilini scassacazzo, di mezzi pubblici per andare in centro e per andare a lavoro. Riprendo a leggere, scrivo addirittura qualche lettera, ma quel che faccio e soprattutto passeggiare e camminare. Il percorso che ora preferisco mi porta lontano dalle viuzze strette di Temple Bar percorse da brigate internazionali, da lingue contrastanti, da gruppi folkloristici e regionali, gli spagnoli che ridono divertiti, i polacchi che discutono, i toscani che gridano sconcezze, i cinesi che camminano veloci senza guardarsi, i romani che ballano ubriachi a braccetto, i brasiliani che cantano a squarciagola. Preferisco andare silenziosamente verso il porto di Dublino, da sud attraversato Forbes Street, saluto la statua dell’ammiraglio William Brown e seguo il fiume fino alla foce e mi fermo vicino a Britain Quay. Qua mi fermo e respiro con profondi respiri l’aria di mare e apro gli occhi solo per scoprire i dettagli del panorama che mi sta di fronte. Il percorso è breve ma la prima volta, così immerso in un trip monacale tutto Hermann Hesse, meditavo e allargavo intorno e in me stesso con sublime dilazione dei miei confini interiori, la prima volta ho impiegato una cinquantina di minuti. Sbagliando strada ad un incrocio, mi ero perso tra le case vittoriane di Ringsend. Ma arrivo a pochi secondi in più dei venti minuti, cronometro al polso, quando devo tornare a casa per l’abituale bicchiere di rosso e “come è andata la giornata” con le mie incantevoli coinquiline.
Dopo il lavoro esco dunque solo. Non devo prendere un bus o un treno con i colleghi per tornare a casa, dove arriverei in pochi minuti a piedi, ma mi rattrista tornare e non trovare nessuno che mi aspetta e mi sorride. La birra al pub dopo lavoro è stata limitata al venerdì e l’architetto ormai sta più a Londra e a Bilbao che a Dublino. E allora cammino. E nei miei sensi scattano improvvise immagini del passato. Sono quasi divertito da questi flash che tornano dal rimosso come se tutto il serbatoio del ricordo mi si rivoltasse, ma delicatamente. Mi scruto, mi guardo, e cresco. Ho anch’io la mia storia, i miei sentimenti e i miei territori di affetto. Non avrei mai pensato che venire a vivere a Dublino, almeno in questa fase, si insinuasse nella mia esistenza scrostando piacevolmente immagini ed emozioni del tutto dimenticate e che riviste oggi, inizio Aprile del 2008, appaiono così perdute da ricercarle con passione e accanimento, da studiarle, rivederle, riassorbirle. Tutto in me si muove come se questa della partenza improvvisa in Irlanda fosse una storia antichissima e remota incisa nel DNA, un codice collettivo che quando scatta decifra e informa tutto il tuo self. Non l’avrei creduto. Avevo diffidenza di tante situazioni e invece anche questi attimi mi appagano. Tutto dentro di me con la primavera si muove. C’è qualcosa che si agita dentro di me e che riannoda il senso mio con quello circostante. Non so dire esattamente di cosa si tratti, ma è qualcosa che non mi separa e soprattutto non mi divide. Qualcosa che per la prima volta da quando sono a Dublino mi fa sentire parte di questo mondo.

Pic: Grand Canal Dock, Dublin

Song: Brian Eno - By this River
Credits: P.V. Tondelli
Link: www.dublindocklands.ie

mercoledì 2 aprile 2008

Utopie contro Ntl


Qualcuno mi ha scritto chiedendomi come mai non aggiornavo il blog. La risposta e' semplice: combatto (come tanti prima di me e tanti suppongo dopo di me) con l'azienda che ha uno dei peggior customer care del mondo. Parlo di NTL, una azienda tragedia che ha coinvolto in estenuante attese di "custemer care" tanti Irlandesi e Irlandiani. Dopo 7 ore e 40 minuti di attesa (complessivi da sabato tra me e Pippa) con tanta musica di Vivaldi che si e' irradiata dai nostri cellulari e 11 email senza risposta siamo ancora in attesa di una soluzione alla mancanza del segnale internet dal nostro modem. Le gentili signorine dopo ore di attesa ci dicono che non dipendono da loro i disservizi, ma il problema è il router. Chiamiamo il call center di Netgear (brand del router) e scopriamo che il numero del technical support irlandese non accetta chiamate da cellulare. Chiamo il numero da lavoro e una simpatica signorina dall'accento indiano mi fa per venti minuti un bizzarro spelling del mio nome ("M like Mammuth, A like Azimut, P like Pongo") e mi dice che se non sono a casa non mi può supportare e di chiamare il supporto di un altro paese da casa. Chiamo il supporto italiano, un numero 02 milanese che mi prosciuga la ricarica del cellulare. Il supporto italiano mi dice che non supporta prodotti venduti in altri paesi e che comunque il problema e del provider. Richiamo provider che mi dice di richiamare supporto tecnico del router. Provo ad accennare che al momento dell'installazione il tecnico Ntl avrebbe dovuto come minimo accertarsi del corretto funzionamento della connessione prima di andarsene e vengo preso per matto. Nel mentre Pippa dallo stress per connessione internet (patologia nuova ma diffusissima in Irlanda) riprende a fumare dopo tre anni e inizia a mandare "nasty letter" verso il provider. Se non si risolve in settimana disdiciamo contratto e passeremo a Eircom o altra compagnia di broadband. E non e' detto che sara' meglio. L'Irlanda con internet e' un inferno.

Pic: Pants in Dublin
Song: Mina - Se telefonando