giovedì 8 novembre 2007

Gli Invisibili


Dublino è una città sporca. Ma quasi nessuno se ne accorge perchè strade e marciapiedi vengono puliti in centro ogni 4 ore. Dublino è una città inquinata. Ma quasi nessuno se ne accorge perché piove ogni giorno. Dublino è una città con tanti alcolizzati. Ma quasi nessuno se ne accorge perché appena la Garda ne trova uno lo porta via. Dublino è una città piena di poveri e emarginati. Ma quasi nessuno se ne accorge perché appena un homeless o un immigrato clandestino chiede la carità per strada viene portato via dall’onnipresente poliziotto di quartiere o dalle Sorelle della Misericordia.
Il fatto che noi non vediamo le cose non significa che non esistano. Chi non vede ghetti pensa che non esistano. Invece ci sono. Basta avere gli occhi, il cuore e lo stomaco per cercarli e vederli. Forse chi vede in Dublino solo integrazione, progresso e opportunità non ha mai visto le dozzine di cinesi che dormono ogni notte affianco uno su l’altro sui pavimenti dei negozietti asiatici di Parnell Street. Non ha mai visto le sartorie di africani nei seminterrati senza finestre di Abbey Street a pochi metri dallo Spire. Oppure non ha mai notato i muratori moldavi pagati in nero che lavorano 14 ore al giorno nei nuovi palazzi di vetro e acciaio a Clontarf. O le stirerie pakistane nel nuovo quartiere posh di Dublino, cioè Smithfield in cui passano tutta la giornata a lavorare ragazzine di 14-15 anni a fianco ad appartamenti di 100 metri quadrati in vendita a 300 mila euro.
Forse sarà il mio passato da operatore nella solidarietà internazionale, ma anche a Dublino non posso che chiedermi cosa stia facendo l’Occidente al Sud del mondo. Anche l’Irlanda, ex colonia che ha dovuto subire tanti abusi e violenze nella storia non è innocente. Con quale ipocrisia l’europeo impone regole e comportamenti come se i valori fossero ancora dell’Occidente quando invece tutto dimostra il contrario? Quale è la ragione per cui da ogni angolo del mondo i più disgraziati, i più poveri, i reietti della storia, le valanghe di straccioni, le orde di pezzenti e di medicanti invadono le città dovendo addirittura scimmiottare, per integrarsi, di essere educati, perbenisti, ipocriti come una immensa middle class europea?
Come non provare una immensa, profonda, proprio interiore vergogna nel vedere gli occhi del ragazzo indiano con la sua giubbetta McDonald steso sul letto nel tentativo di recuperare qualche ora di sonno fra un turno e l’altro? Il risultato è che ci stiamo contendendo le città palmo a palmo con i poveri. E io posso già vedere la vecchia Europa, con tutta la sua grandeur e la sua cultura conquistata dalle masse dei più miseri, dei più affamati, dei più sfruttati. Sarà la loro guerra. I poveri si vendicheranno seminando figli ovunque, riproducendosi a raffica come il crepitio delle mitragliatrici, occupando ogni postazione con i propri cadaveri, usando se stessi come forza di sfondamento. Vinceranno, e di loro, evangelicamente, sarà la terra.

Pic: By the River Liffey, Dublin
Song: Miriam Makeba - Pata Pata
Link: www.ria.gov.ie

martedì 6 novembre 2007

Dublin ghetto


Dublino non ha una periferia degradata. Il degrado arriva fino in centro. A differenza di altre città con un centro pulito e lindo e un hinterland abbandonato, a Dublino trovi quartieri residenziali affianco a dormitori in periferia e ghetti insieme a quartieri bijoux in centro. Questo lo trovo meraviglioso e vitale. Ma anche sorprendente. Vado in centro per vedere alcuni appartamenti e mi trova di fronte la faccia nascosta di Dublino: quella dei ghetti per extracomunitari.

L’annuncio indicava un bilocale per 800 euro. Nulla per i prezzi folli di Dublino. Vado a cercarlo nei pressi di Mountjoy Square a Dublin 1 in pieno centro di Dublino. Trovo una palazzina di mattoni rossi schiacciata tra una strada senza uscita e un piccolo convento. Nell’ingresso c’è una specie di bureau. L’aria è pesante, sa di chiuso e di cibi fritti. Mi accoglie un pakistano piccolo e dalla pelle livida. Parliamo del prezzo e della modalita’ di affitto. Poi arriva una inserviente per portarmi a visitare il bilocale. E’ una donna grassa, esuberante, dai capelli rossi. Ha un’espressione incattivita, incarognita. Parla a scatti trascinandosi sulle scale. Indossa un camice bianco. Dal fianco destro pende sulla coscia un mazzo di un centinaio di chiavi e passepartout infilati in un grande anello. A ogni chiave e’ legata una targhetta metallica con su un numero o una lettera. Il rumore della ferraglia, scalino dopo scalino, è atroce. Come di un clangore di catene. Lei ha uno chignon rosso unto in cima al capo, come una frittella, e quando alza la gamba per affrontare il gradino il grembiule le scivola, torcendosi un poco, sulla natica e scopre il retro della coscia grumosa, di un biancore osceno, compressa in una calza di nylon arrotolata, come un insaccato in un budello.
Salita la prima rampa di scale arriviamo in un corridoio strettissimo in cui passiamo con le spalle addossate alla parete. Di fronte c’è una parete bianca di compensato in cui si aprono piccole porte simili a quelle di un vagone letto. Lei sceglie una chiave e spalanca, verso l’interno, la porta. La luce è diffusa da neon che non si spengono mai, una luce lattiginosa e senza ombre. Nello stanzino c’è una branda, lenzuola arrotolate, un tavolino colmo di abiti, una sacca aperta traboccante di biancheria usata. Un giornale sportivo arrotolato attorno al neon. Non c’è la finestra. Un fornellino elettrico con un tegame, qualche tazza, resti di caffe’. La puzza di cibo avanzato è insostenibile. La donna mi guarda, scuote la testa senza dire una parola. Allora lei prende a spalancare tutti uno dopo l’altro tutti i loculi di quel corridoio, cinque o sei. Uno dopo l’altro come un controllore. Non bussa, non parla. Ripete solo il prezzo del loculo. Sdraiato su un letto, vestito con la divisa puzzolente del McDonald, c’è un ragazzo di colore che dorme. Non protesta per quell’intrusione, si getta sotto il cuscino sul viso. In un’altra stanza c’è una finestra. Un piccolo angolo. Le pareti la tagliano dividendola con altri loculi in modo che al piano di sopra avranno una finestra a livello del suolo e qui a livello del bassissimo soffitto.
La donna è ancora sulla soglia con il suo mazzo di chiavi in mano. Io dico semplicemente “Ho visto, le farò sapere” e cerco di andarmene. Voglio fuggire, dimenticare questa intrusione nella piccola e disperata intimità di questo popolo oppresso e sfruttato, che lavora una media di dieci, quindici ore al giorno per potersi pagare quegli avelli infernali. Scendo le scale e su un pianerottolo vedo una fila di porte strettissime, una a ridosso delle altre. Immagino di cosa si tratti. Ne apro una. In uno spazio inferiore al metro quadrato sono un w.c. e un piccolo lavandino. Una toilette bassa e claustrofobica come sugli aerei. L'unica differenza è che da qui non si va da nessuna parte, solo verso il dolore e i disperati abissi dell'emarginazione.
Devo camminare un pò per togliermi dalle narici l'odore di quell'inferno. Mi fermo in un pub per una pinta di Guinness.

Pic: Dublin CityCentre
Song: Daniele Silvestri - Io Fortunatamente
Link: www.immigrantcouncil.ie

domenica 4 novembre 2007

Autunno Jazz – Passeggiate silenziose


La sera il concerto del Richard Galliano/Gary Burton Quartet è bellissimo. Molto deludenti invece i The Leaders e se Chico Freeman è il migliore sax tenore vivente come ha scritto Mojo io sono il miglior armonicista del creato. Per altro abbastanza d’urto il passaggio dai tango e le musette suonate da Galliano con il sincopato free jazz dei The Leaders. Nella seconda parte in effetti nonostante l’alto costo del biglietto parte del pubblico va via oppure dorme, come Sarah che informata dell’arrivo inaspettato decide comprensiva di rimanere nel teatro, mentre io verso le 11 vado alla stazione degli autobus di Cork.
Belén scende per prima. L’accolgo, le prendo la valigia, prendo il mio zainetto all’ostello e andiamo alla Crawford House, il B&B in stile georgiano con ampie stanze dipinte di morbido verde che ha prenotato per stanotte. Decide di pagare tutto lei e io a un certo punto cedo. In fondo il suo stipendio è quasi il doppio del mio ed è stata sua la scelta di venire qua. Fino all’arrivo al B&B quasi non parliamo. Parleremo invece tutta la notte fino all’alba. L’alba ci saluta che ancora ci confrontiamo e troppo stanchi per andare a dormire facciamo una passeggiata lungo i docklands di Cork, tra pescherecci e navi container ancorati sul bordo del Lee River. Incomincia a piovere e io cerco rifugio sotto una barca in riparazione mentre Belén danza sotto la pioggia. Vorrei essere altrove.
Torniamo alla Crawford House dove troviamo una allettante colazione con pane all'uvetta, marmellata fatta in casa e caffè preparato con la moka visto che sono italiano. Mangio solo io. Dormiamo qualche ora e poi giriamo silenziosi per Cork tra musicisti di strada e bande che fanno la loro allegra parata per le strade principali. Visitiamo il Lewis Glucksman (il migliore museo di arte moderna d’Irlanda) dove è allestita l’interessante mostra “Beyond the country” sul rapporto uomo/natura. Risaliamo il Lee South Channel e torniamo in centro. Mangiamo al Quay Co-op, ristorante vegetariano punto di riferimento della Cork alternativa, dove il cameriere/artista cerca di venderci alcuni suoi quadri. Il pomeriggio prima di ripartire prendiamo il treno per Cobh, isolotto posto alla foce del fiume Lee proprio davanti alla città di Cork, Great Island; nonostante ciò non servono imbarcazioni per raggiungerla, dato che è molto vicina alla terraferma alla quale è collegata con una serie di ponti con Fota Island. Cobh appare allegra e colorata anche se qui fece il suo ultimo scalo il Titanic e il Lusitania poche miglia al largo venne silurato nella seconda guerra mondiale (toccante dietro l’imponete cattedrale St Colman il cimitero dove sono sepolte molte salme). Cobh è un posto piacevole dove passeggiare e immaginare con commozione le migliaia di irlandesi che da qui partirono verso l’America per sfuggire alla carestia o alla povertà.
La sera prendiamo il bus per Dublino. C’è stato poco jazz nella giornata. E mi accorgo solo ora che la mia ricerca di solitudine è stata fallimentare essendo sempre stato sempre con qualcuno al mio fianco durante i tre giorni (non sono riuscito al leggere una riga del mio libro). Sento il bisogno di lontananza anche durante il ritorno in autobus dove con Belén al fianco continua a esserci tensione. A un certo punto vedo Belén che cerca una posizione per riposare. Alzo il braccio e le offro un appoggio. Lei rifiuta. Io insisto. Lei si accovaccia. Le accarezzo i cappelli. Lei si volta verso di me, mi guarda sorridendo con gli occhi chiusi e mi stringe fino a farmi quasi soffocare. Le ricambio la stretta. Lei dopo pochi secondi cade in un sonno profondo e liberatorio fino a Dublino. Io non chiudo occhio. Al mio fianco non so più chi c’é. Di certo non più un amica.

Pic: Charles Fort, Kinsale
Song: Ryuichi Sakamoto - The Sheltering Sky
Link: www.quaycoop.com

giovedì 1 novembre 2007

Autunno Jazz – Per la contea di Cork


Arrivo allo Sheila’s Hostel con le compagne di viaggio in bus Rosa e Maria Sol due ragazze spagnole con cui si decide per andare insieme per Cork la mattina successiva. Erano alcuni anni che non frequentavo ostelli. Mi ero dimenticato che oltre che occasione di incontri sono anche momenti di condivisioni di odori e rumori. Nella mia camera da 4 trovo un ragazzo giapponese dal nome impronunciabile, una ragazza francese molto bella che dorme in tanga e mini body e un tipo con cui non scambio una parola, ma di cui non posso non notare il suo russare da trattore senza guarnizioni e il suo ph acido (in altre parole puzza come un coyote bagnato…). La bella francese pare abbia effetti sul giapponesino che si masturba selvaggiamente tutte le notti facendo cigolare per ore il suo letto a castello accordandosi al coyote-trattore che dorme sotto di me. Bella invenzione i tappi per le orecchie in gommina…
La mattina con Rosa e Maria Sol andiamo in giro per la città: si visita il tetro e toccante Cork City Gaol, si gira per le stradine di Shandon, si sale sul campanile della St Anne’s Church e suoniamo le campane del “Four-Faced Liar” (il campanile che in ogni facciata indica un’ora diversa). Dopo una lezione di danza jazz al Firkin Crane e un sandwich al T Cups Cafè cerco di convincere le ragazze della bellezza del jazz. Il modo migliore per approcciarsi al jazz è capire “come funziona” e vedere un concerto Dixieland. E quello che faccio. Il festiva Jazz di Cork si sviluppa in 3 momenti fondamentalmente: i grandi eventi nei principali teatri, il Guinness Festival Club al Gresham Metropol Hotel dove dalle 13 all’alba ci sono continui concerti gratuiti contemporaneamente in 6 salette, il Festival Fringe & Cork Jazz Week e il Musica Trail nelle strade, nei pub, nei ristoranti, nelle librerie, nei shopping centre, nei cinema, nei club, negli hotel, nei ristoranti dove si può assistere a musica live, parate stile New Orleans, mostre, video, conferenze, lezioni di danza, musica o cucina creola, etc. Molto divertente passare il pomeriggio al Gresham Metropol Hotel dove bevendo Guinness sulla elegante moquette si gira per salette in ricerca del proprio stile jazz preferito. Le ragazze spagnole dopo aver cantato a squarciagola When the Saints go marching In con i Golden Age of Jazz Allstars sono conquistate subito al jazz. Certe cose succedono solo in Irlanda.
La sera la passo in giro per locali di Cork che quasi tutti aderiscono al festival e presentano musica live. Faccio crowl tra dozzine di concerti di ogni tipo per la città: al The Rob Roy c’è musica irish, al An Bodhran swing, allo Scott ska, al Long Valley blues, allo Old Oak rock revival, etc. Sarà il festival, sarà la divertente compagnia, ma Cork mi appare molto vitale. Ci vado insieme a Tatiana una ragazza italiana che studia a Cork che avevo conosciuto a Dublino un paio di mesi fa e sapendo della mia presenza si è offerta di portarmi in giro la sera (non di giorno perché sta preparando un esame). In un locale si aggregano a noi 2 ragazze di Sligo e un danese qua per il festival. Dopo qualche Guinness sembriamo amici da sempre. Certe cose succedono solo in Irlanda.
Il giorno dopo vado a Kinsale una cittadina ricca di vita e di colore. Strette case serpeggianti, case minuscole, barche da pesca e yacht danzanti alla fonda conferiscono al luogo un aura seducente. Sul pulmann incontro Sarah, la fidanzata inglese di un chitarrista che suona al festival di Cork. Mentre mi racconta la sua vita facciamo i 3 chilometri di sentiero sulla splendida costa fino al Charles Fort, una fortezza seicentesca con la pianta a stella. A pranzo accompagnati dalla musica live dei The Chili Brothers per il Kinsale Jazz Fringe Festival (una succursale di quello di Cork) mangiamo al Muddy Maher’s insieme a un paio di pinte di Kinsale (una discreta lager locale) un Ocean Chowder e il famoso Muddy’s Fish Fry up!, cioè una fantastica zuppa oceanica e un gigantesco piatto di scampi, ostriche, fish cake, gamberetti, fish goujions e french fries. Il pomeriggio ascoltiamo un po’ di musica negli allegri locali della cittadina e decidiamo di vedere insieme il concerto la sera al Everyman Palace Theatre di Cork. Suonano i grandi Richard Galliano/Gary Burton Quartet e i The Leaders capitanati da Chico Freeman, che si dice sia il miglior sax tenore vivente. Prendiamo il pulmann delle 16.45 e in viaggio decidiamo di scambiarci i numeri di cellulare per rivedersi la sera. Riaccendo il Motorola che da 2 giorni tenevo spento e trovo 5 sms papiro di Bélen. Nell’ultimo mi dice che deve parlarmi subito di persona. Che sta venendo a Cork. Che ha prenotato un B&B per noi stanotte. Che è sicura di trovarmi al suo arrivo. Che sarà a Cork alle dieci e mezzo di sera. Novità in arrivo…

[continua….]

Pic: Golden Age of Jazz Allstars, Gresham Metropol Hotel, Cork
Song: Richard Galliano - Opération tango
Link: www.muddymaher.com